Le gemme nei reperti antichi: quando il falso può essere di valore
E. Scandale, M. Santigliano, G. Tempesta, Università di Bari
Isabella Turbanti Memmi, Università di Siena

Le gemme sono un particolare prodotto della natura e presentano caratteristiche di bellezza e rarità fuori dal comune, tali da indurre l’uomo, fin da tempi remoti, a farne uso per l’ornamento personale e ad attribuire loro virtù magiche e terapeutiche.
Una delle prime gemme utilizzate, addirittura dal periodo neolitico, fu il lapislazzuli. Questa roccia o "gemma" di colore blu azzurro, permeata di significati magici e sacrali, fu molto apprezzata e ricercata, come dimostrato dai numerosi ritrovamenti in vari siti archeologici del vicino oriente ed egiziani. Da Mehrgarh in Pakistan, nella valle dell’Indo, provengono vaghi (grani) di lapislazzuli associati a turchese e steatite, rinvenuti in contesti databili a circa 7000 anni a.C.
Data la loro rarità, di pari passo con l’utilizzo delle gemme si è sviluppata la pratica di ricorrere a falsificazioni di varia entità. Sono testimoniati già in epoca Minoica (2.000 – 1.600 a.C.) “trucchi” per modificare l’aspetto di materiale gemmologico come l’impiego di lamine metalliche per far apparire le gemme più brillanti o di colore diverso.
Molteplici erano i trattamenti utilizzati come riportato, per esempio, da Plinio nel suo trattato “Naturalis Historia”. Da notare che molte delle tecniche citate sono tutt’oggi utilizzate. Fra i trattamenti più utilizzati si annoverano tecniche di colorazione (vedasi le ricette riportate nel Papyrus Graecus Holmiensis, monografia dedicata alle “ricette per Argento, Pietre e Porpora” redatta attorno al 400 d.C. nell’Egitto ellenistico): «Verderame e aceto, verderame e olio, verderame e bile di vitello; questi formano lo smeraldo» .
Oltre ai trattamenti per modificare l’aspetto delle gemme, ben presto si è ricorsi a una vera e propria sostituzione delle gemme con materiale di valore inferiore, come per esempio paste vitree di vari colori, tanto che la scoperta del vetro sembra proprio essere legata alla produzione di “gemme false”.
Ancora oggi molteplici sono i trattamenti per esaltare caratteri già presenti (per esempio il colore) o trasformare una pietra incolore in una colorata, usando tecniche di irraggiamento (con raggi gamma o raggi X) o colorazioni vere e proprie. Un’altra tecnica che consente di “risparmiare” o sostituire materiale pregiato con materiale di poco pregio è quella del “doppietto” (come mostrato nella figura accanto nel caso di smeraldo e acquamarina). Vengono talvolta utilizzate gemme naturali relativamente comuni in sostituzione di pietre più pregiate: spinello rosso, azzurro o verde in sostituzione del rubino, zaffiro e smeraldo, rispettivamente; zircone in sostituzione del diamante.
Possono poi essere utilizzate gemme di uguale composizione ma sintetiche anziché naturali, o gemme di composizioni non esistenti in natura quali zirconia cubica per diamante.
È tuttavia necessario chiarire che l’utilizzo di materiali gemmologici a imitazione di altri più preziosi non può essere definita falsificazione senza il presupposto del dolo. Emblematici a questo proposito gli oggetti antichi nei quali era comune l’utilizzo intenzionale di paste vitree cui la aggiunta di elementi cromofori poteva conferire un colore non di rado assai simile alle gemme imitate. In altri casi si faceva uso di collanti colorati inseriti all’interno dei castoni - ovvero era utilizzata la tecnica delle doppiette, pratica molto antica - difficili da riconoscere in specie se inseriti in castoni “a notte”. Interessanti, da questo punto di vista, le indagini effettuate su una serie di oggetti d’arte appartenenti al Museo Diocesano di Bari, quali la Madonna Odegitria, e al tesoro di San Nicola di Bari. Infatti, non molti sono gli studi su oggetti preziosi antichi, anche a causa della difficoltà di analizzare i materiali non asportabili e non manipolabili e che necessitano quindi di metodi di indagine non distruttivi e da utilizzare in situ. Lo studio è stato effettuato mediante strumentazioni portatili (micro-Raman, XRF e XRD) non distruttive e non invasive. Nel caso delle 137 gemme che ornano la veste e la corona della Madonna Odegitria di Bari, che la tradizione popolare voleva fossero rubini, le analisi effettuate hanno dimostrato che 21 delle gemme rosse sono granati naturali, varietà piropo, e 116 doppiette (nella figura accanto è riportato lo schema delle pietre presenti; i granati sono cerchiati in blu, le doppiette in nero).

Lo studio di altri oggetti preziosi appartenenti al Tesoro di San Nicola di Bari, quale la Corona Eucaristica detta di Ruggero II, hanno rivelato la presenza di paste vitree di vario colore, come mostrato nelle due immagini a sinistra, di cui in basso vengono riportate le analisi mediante spettrometria XRF (Spettri XRF: a. composizione della pasta vitrea verde nella quale il K è assente, b. Composizione della pasta vitrea blu, evidente la presenza di Co). Tali paste vitree sono da considerare autentici e originali falsi storici, che forniscono utili indicazioni per un’analisi evolutiva dei materiali.
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
Un altro esempio è rappresentato da un doppietto di quarzo che simula un rubino nel Reliquiario di San Gregorio Magno, sec. XVI. A destra le immagini e lo spettro Raman indicante il quarzo. Anche in questo caso sembra comunque che il materiale sia quello originale. Probabili testimonianze di dolo, comunque interessanti da un punto di vista storico, sembrano invece il tentativo di forzatura del castone della pasta vitrea blu della Corona Eucaristica di Ruggero II e il castone alterato nel Reliquiario di San Sebastiano, sec. XVIII (a sinistra con lo spettro Raman del granato). È plausibile infatti che il castone sia stato modificato per consentire di ospitare una gemma (granato) più piccola dell’originale, forse asportata o andata smarrita.

 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
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